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	<title>Luca Spennacchio &#187; emozioni</title>
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	<description>Fotografo, blogger e , studioso di zooantropologia applicata alla pet pherapy, alla didattica , alla pet ownership e alla pet partnership.</description>
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		<title>PALESTRA DI EMPATIA …</title>
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		<pubDate>Thu, 11 May 2017 12:10:00 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p dir="auto">Riflettevo in questo periodo su quanto il rapporto con gli altri animali sia importante per gli esseri umani. Il mio pensiero si è soffermato su quanto sta accadendo in questi ultimi anni, su come la società occidentale sia cambiata in merito ai rapporti tra esseri umani e tra esseri umani e Mondo.Ho come l’impressione (e in parte la cosa riguarda anche me, naturalmente) che vi sia stato un progressivo scollamento tra persone e persone e tra persone e mondo circostante, che queste cose siano sempre più mediate da un qualche aggeggio tecnologico. Ovviamente un’accelerazione è avvenuta con l’introduzione sul mercato di larga scala degli <em>SmartPhone</em> (per chi vuole approfondire la storia: <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Smartphone" target="_blank">https://it.wikipedia.org/wiki/Smartphone</a>) che sono via via divenuti sempre più presenti e – inevitabilmente – indispensabili. Questi device hanno una continua evoluzione e divengono sempre più performanti, seducenti, e a loro si demandano sempre più funzioni, anche e soprattutto per quanto riguarda l’interazione con altre persone. Probabilmente si comunica molto di più attraverso SMS, Twit, Post, eccetera che <em>vis-à-vis</em>.</p>
<blockquote><p>Stiamo perdendo forse l’abitudine consolidata da migliaia di anni di parlarci guardandoci in faccia?</p></blockquote>
<p dir="ltr"><img class="alignright" src="http://www.lucaspennacchio.it/wp-content/uploads/2017/05/images1.jpeg" alt="" width="272" height="186" align="right" />Che conseguenze potrebbe avere questo sulle nostre facoltà cognitive, comunicative, sulla nostra empatia? Non sono uno psicologo, ma credo che forse valga la pena rifletterci sopra perché, forse, gli effetti negativi, legati a queste <em>nuove abitudini</em>, sono già constatabili. In fondo parlare con qualcuno non significa <em>solo</em> e soltanto far passare un messaggio fatto di sterili informazioni, parlare non vuol dire <em>solo</em> parlare, ma anche leggere le espressioni del volto, ascoltare il tono della voce, la frequenza delle parole, la prossemica, insomma c’è molto più di<strong> para-verbale</strong> che di <strong>verbale</strong> in un dialogo tra persone. Parlare significa anche passare da uno stato emozionale all’altro mentre si è coinvolti in un&#8217;interazione empatica. Ma quando tra i due interlocutori c’è un filtro tecnologico quello che resta è solo la parola scritta (con “solo” non intendo affatto denigrare la scrittura come arte comunicativa, anzi, ma in questo caso si sta parlando di interazione tra individui nel <strong>qui e ora</strong>), tutto il resto viene eliminato, anche se si tratta di una video-comunicazione, le cose non cambiano di molto.</p>
<p>Facciamo un passo indietro per un istante. Tra me e mio padre ci sono 29 anni di differenza. Mio padre ha sviluppato una certa abilità nel fare calcoli matematici a mente; quando lui era piccolo non esistevano le calcolatrici elettroniche. Io sono nato in un mondo che invece le calcolatrici elettroniche le aveva ed erano accessibili a tutti. La necessità di sviluppare capacità di calcolo mentale non era certamente così pressante come ai tempi di mio padre. Ed è stato sempre peggio – almeno per quanto mi riguarda. In sostanza tutti quei neuroni e sinapsi organizzati in complessi schemi che avevano quelle funzioni sono stati cancellati e rimpiazzati da una calcolatrice e, con il tempo, le mie capacità di fare operazioni mentali matematiche è peggiorata rendendomi sempre più necessaria la “verifica” con una calcolatrice (che ovviamente ho nel mio SmatPhone). In sostanza</p>
<blockquote><p>Ho barattato miei neuroni con un oggetto di pochi soldi&#8230;</p></blockquote>
<p><img class="alignleft" src="http://www.lucaspennacchio.it/wp-content/uploads/2017/05/Unknown1.jpeg" alt="" width="194" height="260" align="left" />In fondo la tecnologia è anche questo, scaricare il nostro cervello da incombenze, ne traiamo una sensazione di comodità, ci sentiamo alleviati da una fatica. Io, se non avessi il mio calendario digitale, con tutti gli appuntamenti registrati, sarebbe un disastro. Prima avevo un’agenda cartacea sulla quale scrivevo a mano con una penna (non ho mai avuto un/a segretario/a che mi ricordasse gli appuntamenti), ma, forse, la cosa più eclatante è lo <em>scarico di memoria</em> che riguarda i numeri telefonici. Prima ne ricordavo circa una decina, quelli più importanti, che usavo spesso. Alcuni di questi li ricordo ancora a trent’anni di distanza. Oggi so solo il numero del mio smartphone (faccio ormai fatica a chiamarlo “cellulare”), cosa utile esclusivamente per poterlo comunicare a chi me lo chiede, soprattutto per motivi di lavoro. Quindi, è una memoria <em>inutile</em> per me, se non per quell&#8217;unica funzione:</p>
<blockquote><p>Se perdo il mio smartphone non posso chiamare nessuno!</p></blockquote>
<p>Insomma, è chiaro che più funzioni demandiamo alla tecnologia più competenze perdiamo, semplicemente perché <strong>ciò che non viene allenato</strong> – e quindi che è utile – <strong>la natura lo cancella</strong>.</p>
<p dir="ltr"><img class="alignleft" src="http://www.lucaspennacchio.it/wp-content/uploads/2017/05/understanding-hospitality1.jpeg" alt="" width="250" height="146" align="left" />Quindi: Cosa viene cancellato quando smettiamo di comunicare direttamente con un altro essere umano? O addirittura, cosa non si sviluppa per nulla se non l’abbiamo mai fatto? Ecco che arrivo a pensare al rapporto con i miei cani. Un rapporto privo di intermediari, diretto, senza troppi fronzoli.</p>
<blockquote><p>Penso allo stare con i miei cani anche come fosse una <strong>vera e propria palestra</strong> per non perdere le <strong>doti empatiche</strong> sviluppate in passato.</p></blockquote>
<p dir="ltr">Ma verso cosa stiamo andando? La virtualità di una comunicazione per lo più svolta attraverso i Social Networks e i servizi di posta elettronica è il massimo livello di scollamento raggiungibile tra individui o ci sarà presto dell’altro? Non so, ma certamente il prossimo passo – già presente e accessibile – è la VR e la RA, ossia la <em>Realtà Virtuale immersiva </em>e la <em>Realtà Aumentata</em>. Estremamente seducenti! Saranno prestissimo alla portata di tutti e, proprio come gli Smatphone, diventeranno cose delle quali difficilmente potremo fare a meno sia nel lavoro che nella vita quotidiana, su tutti i fronti. <strong>Senza scampo!</strong></p>
<p><img class="aligncenter" src="http://www.lucaspennacchio.it/wp-content/uploads/2017/05/VR_1.jpg" alt="" width="940" height="516" align="middle" /></p>
<p dir="ltr">Ecco che ora mi chiedo, fra dieci anni, vent’anni da adesso, che rapporto ci sarà tra l’essere umano e il mondo che lo circonda? Che rapporto cisarà tra individui? Se non sarà il mio cane che, mentre sono comodamente adagiato in un bacello termoregolato, immerso in una realtà altra, che mi poggerà in grembo una pallina da tennis risvegliandomi da quel mondo onirico (che a me sembrerà sempre più reale), per invitarmi ad uscire all’aria aperta per giocare, per fare due passi nel mondo.Se non sarà lui a farlo, chi lo farà?</p>
<blockquote><p>Riuscirò a farlo <em>da solo,</em> o sarà come oggi è per me fare i calcoli a mente?</p></blockquote>
<p dir="ltr">Ma forse mi sbaglio.Al posto del mio cane ci sarà una App. (e già ce ne sono) che mi dirà a che ora e per quanto tempo devo passeggiare, ma probabilmente tutto ciò avverrà su un <em>tapis roulant</em> high-tec, capace di simulare la brezza e il canto degli uccelli tra gli alberi di un bosco (anche quando i boschi non dovessero esistere più).</p>
<p><img class="aligncenter" src="http://www.lucaspennacchio.it/wp-content/uploads/2017/05/photo-main_1.jpg" alt="" width="640" height="479" align="middle" /></p>
<p dir="ltr">Chiuso nel mio cubicolo, solo, ma connesso con tutto il mondo virtuale, che uomo sarò?</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>Che uomo sarò quando non ci sarà più un cane a ricordarmelo?</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<div style="width: 810px" class="wp-caption aligncenter"><img src="http://www.lucaspennacchio.it/wp-content/uploads/2017/05/IMG_0101.jpg" alt="" width="800" height="800" align="middle" /><p class="wp-caption-text">I cani possono essere la nostra palestra di empatia, possono aiutarci a mantenere il contatto con la realtà.</p></div>
<p><strong>Miei Libri: </strong><a href="http://amzn.to/2pnlKvv" target="_blank">http://amzn.to/2pnlKvv</a></p>
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		<title>LE OPINIONI E LE EMOZIONI (quarta parte)</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Aug 2015 10:42:00 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Dovere</strong>; Sacrificio; Colpa&#8230;</p>
<p>Un giorno un amico, mentre si parlava di cani, uomini e società, non ricordo per quali vie traverse di quel discorso mi racconta un fatto che mi è rimasto impresso nella mente. Fatto che poi ho elaborato rimestando altre riflessioni passate e che fu stimolo per quelle future.</p>
<p>«Ebbene, tutto triste, quell&#8217;uomo mi dice: &#8220;Sono andato in pensione da un anno. All&#8217;inizio pensavo che finalmente avrei potuto godermi la vita, poi invece è arrivata la noia. Mi stufo tantissimo a non aver nulla da fare tutto il giorno e pensare che per tutta la vita [lavorativa], 35 anni, sai che cosa ho fatto? Ho avvitato piedini di frigoriferi in catena di montaggio. E adesso che sono a casa tutto il giorno, be&#8217;, mi manca&#8230;»</p>
<p><em>Il lavoro è lavoro!</em></p>
<p><em>Il lavoro nobilita l&#8217;uomo!</em></p>
<p><em>Il lavoro si deve fare!</em></p>
<p>Difficilmente si potrebbe obbiettare a queste cose. Tutti concordano su questo, o almeno la maggior parte delle persone. Ma cos&#8217;è il lavoro? Cosa si intende?</p>
<p>È diverso considerare per &#8220;lavoro&#8221; l&#8217;operosità dell&#8217;uomo oppure un dovere che richiede sacrificio. Il secondo caso va inteso come attività che si farebbe a meno di fare ma che si è obbligati a fare. Mi sono soffermato su questa riflessione, sul senso del dovere e l&#8217;ho fatto studiando e osservando i cani mentre fanno le loro cose, sia da soli che con le persone.</p>
<p>Il tema è saltato fuori quando ho inteso che per le persone vi è una distinzione netta tra &#8220;gioco&#8221; e &#8220;lavoro&#8221; quando si parlava di cani. Solitamente sentivo dire al cane: &#8220;Libero! Vai a giocare!&#8221; in contrapposizione a &#8220;Vieni qui! Adesso lavoriamo un po&#8217;!&#8221;</p>
<p>La prima affermazione, l&#8217;invito ad andare a giocare, era intesa come &#8220;Vai a fare quello che vuoi, sei libero dal lavoro&#8221;, la seconda &#8220;Adesso è tempo di impegnarsi e stare seri, devi obbedire a prescindere dal fatto che tu abbia voglia o meno di farlo!&#8221;</p>
<p><em>Nella vita non si può sempre fare ciò che si vuole!</em></p>
<p>Pensando a queste cose mi sono chiesto se abbia senso parlare di &#8220;Senso del Dovere&#8221; in relazione al cane; per poi chiedermi la stessa cosa in merito agli altri animali non umani. Ho pensato alle varie attività nelle quali solitamente i cani sono coinvolti dall&#8217;uomo, diciamo pure a livello lavorativo, per esempio: Un border collie che raduna un gregge di pecore, lo fa perché deve o perché vuole?  Un pointer che fiuta e va a caccia? Un maremmano che protegge il gregge? Un Labrador che recupera qualcosa in uno specchio d&#8217;acqua?</p>
<p>Un leone, quando caccia una gazzella, farebbe volentieri a meno di farlo?</p>
<p>Avvitare piedini dei frigoriferi per una vita intera è paragonabile ad una qualunque di queste attività e ciò che le motiva?</p>
<p>Il cervello umano, la cosa che probabilmente ci caratterizza in assoluto, la nostra dote peculiari, se paragonata alle doti delle altre forme di vita, verso cosa ci muove? Il suo potenziale quasi infinito può trovare appagamento in un&#8217;attività così ripetitiva e, francamente, poco entusiasmante? Come è possibile mettere una delle creature più complesse del pianeta da un punto di vista cognitivo, quale è l&#8217;<em>Homo sapiens sapiens,</em> a fare una cosa del genere per così lungo tempo? Oltretutto in modo volontario, senza la necessità di costringerlo per esempio con la forza?</p>
<p>In cambio c&#8217;è il denaro. Poco, per un&#8217;attività come fare l&#8217;operaio in catena di montaggio, ma sufficiente per sopravvivere &#8211; o quasi, visti i tempi che corrono. La sopravvivenza è dunque il centro della questione? Eppure quella persona, e molti come lui, una volta liberato definitivamente dall&#8217;impegno non sembra essere più felice e appagato. Penso allora al leone di cui sopra, ma non quello libero nella savana che si procura di che sopravvivere tra mille difficoltà, ma a quello rinchiuso in una gabbia allo zoo: È più felice?</p>
<p>In fondo non ha bisogno di fare nulla per procurarsi &#8220;la gazzella&#8221;. Gli viene servita bell&#8217;e pronta. La sopravvivenza gli è garantita dal lavoro di altri. Se fosse la sopravvivenza il tema centrale allora tutti si dovrebbe auspicare una prigione dorata nella quale starsene in panciolle tutto il giorno senza far nulla di nulla ed essere serviti, sprofondando inesorabilmente nell&#8217;inedia&#8230;</p>
<p>Quello che farebbe un leone, una gazzella, un ragno, un&#8217;ape, una mosca, un licaone, un avvoltoio, uno scimpanzé, eccetera nel suo ambiente naturale se libero di agire, grosso modo, lo so. E l&#8217;uomo? Cosa farebbe?</p>
<p>Cosa ci dà piacere? Cosa abbiamo veramente voglia di fare? Cosa faremmo se fossimo liberi dal giogo del lavoro? Come impiegheremmo quei miliardi di miliardi di sinapsi di cui andiamo così tanto orgogliosi?</p>
<p>Chiediamoci: Io, cosa farei, veramente?</p>
<p>(to be continue&#8230;)</p>
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		<title>LE OPINIONI E LE EMOZIONI (terza parte)</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Jul 2015 18:01:02 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Dunque, ci sono emozioni e emozioni. C&#8217;è l&#8217;educazione e la conoscenza che sono in grado di farci apprezzare cose più o meno complesse. Ci sono le nostre opinioni in merito alle cose del mondo che ci siamo costruiti direttamente o indirettamente. Ci sono elementi ed individui accreditati, degni di essere ascoltati e verso i quali propendiamo positivamente e altri meno e, tutto ciò, rimescolato in un immenso crogiolo di carne e anima, fa di noi quello che siamo e quello che in potenza potremo essere in futuro.<br />
Poi? Poi c&#8217;è la vita, quella di tutti i giorni.<br />
Nel quotidiano queste cose orientano, dispongono, mi fanno notare qualcosa ed ignorare qualcos&#8217;altro, ma ad un livello che spesso non assurge a consapevolezza; un po&#8217; come i miliardi di operazioni che ogni mia singola cellula compie ogni istante per restare viva &#8211; per tenermi vivo &#8211; di cui non sono affatto cosciente.</p>
<p>Di cosa sono coscienti, allora?<br />
Cosa attrae maggiormente la mia attenzione?<br />
Su quali convinzioni e fatti costruisco la mia vita, o forse, sarebbe meglio dire, la mia quotidianità?<br />
Insomma, chi mi dice cosa è o no importante?<br />
Fino a che punto mi posso fidare delle mie sensazioni?<br />
Fino a che punto sono solito prestare orecchio ad esse?</p>
<p>Ad un certo punto sono arrivato ad un&#8217;estrema sintesi, fatta di solamente tre parole, che mi hanno aiutato a superare una certa situazione di stallo. Qualcosa non quadrava in tutto ciò e non riuscivo a trovare un ordine alle contraddizioni che percepivo, e che ancora percepisco, su come tutto ciò e la vita di tutti i giorni si accordasse.<br />
Le tre parole sono: DOVERE, SACRIFICIO e COLPA.<br />
Scremando, sottraendo, ripulendo e focalizzando sono arrivato lì, dove stanno queste tre parole, che poi sono &#8220;concetti&#8221;, seduti su troni di pietra, sopra le vette di montagne impossibili da scalare: il senso del dovere, del sacrificio e il senso di colpa. Ho cominciato a pensare a loro come elementi fondamentali, filtri, motori, matrici che &#8220;MI DICONO COSA FARE E COME PENSARE!&#8221;</p>
<p>La strada per arrivare lì è nebulosa e contorta. Alle volte credo faccia acqua da tutte le parti, e quando l&#8217;ho intrapresa non me ne rendevo nemmeno conto. È stato l&#8217;insieme di molte cose: fatti che nell&#8217;arco di un tempo lungo, forse lunghissimo, sommando il &#8220;tutto&#8221; nel crogiolo, pestando e rimestando, nelle notti insonni, nelle lunghe passeggiate con i miei cani, mentre qualcuno mi parlava e io non lo ascoltavo, affondato nelle pagine di un libro, rapito dai fumi dell&#8217;alcool in una serata con amici, sordo al mondo per le note di un brano musicale amato, annoiato al volante dell&#8217;auto, chissà, chissà come, ma sono arrivato al cospetto dei tre troni di pietra, sopra montagne che non si possono scalare, senza rendermene conto e, comunque, anche ora pensando che tutto questo può essere, semplicemente, nulla.</p>
<p>Ora torno indietro con la mente per recuperare alcuni fatti e riflessioni per poter, un giorno, raccontare di questa nebbiosa strada. Spero che altri arrivino, usandola come incipit magari, al cospetto di cose diverse. Che arrivino a qualcosa di più luminoso e gioioso rispetto ai tre troni che ho incontrato io e che mi angosciano come un racconto del mio amato H.P. Lovecraft.</p>
<p>[<a href="http://www.lucaspennacchio.it/2015/08/le-opinioni-e-le-emozioni-quarta-parte/">to be continue&#8230;</a>]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="http://www.lucaspennacchio.it/2015/07/le-opinioni-e-le-emozioni-terza-parte/">LE OPINIONI E LE EMOZIONI (terza parte)</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="http://www.lucaspennacchio.it">Luca Spennacchio</a>.</p>
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		<title>LE OPINIONI E LE EMOZIONI (seconda parte)</title>
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		<pubDate>Fri, 15 May 2015 07:06:00 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Ogni specie animale ha delle pulsioni, degli orientamenti, cose che, detto in breve, danno una scossa di positività, un senso di piacere e appagamento qualora siano fatte. Ogni specie ha le sue e prendono il nome di «motivazioni», esse fanno parte del patrimonio filogenetico di ogni individuo appartenente a quella o quell&#8217;altra specie animale. Per [...]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Ogni specie animale ha delle pulsioni, degli orientamenti, cose che, detto in breve, danno una scossa di positività, un senso di piacere e appagamento qualora siano fatte. Ogni specie ha le sue e prendono il nome di «motivazioni», esse fanno parte del patrimonio filogenetico di ogni individuo appartenente a quella o quell&#8217;altra specie animale. Per esempio: i predatori hanno quella che viene comunemente chiamata «motivazione predatoria», cioé una pulsionche che li spinge ad inseguire ciò che si muove rapidamente (perdonate la brevità della descrizione ma non intendo divagare troppo). Il punto è che un predatore quando insegue qualcosa &#8211; il semplice fatto di mettere in atto questo comportamento in sé &#8211; prova un senso di forte appagamento.</p>
<p>Anche gli esseri umani hanno delle pulsioni e degli orientamenti che sono possibili fonti di appagamento e soddisfazione quando assecondate, come per esempio tutte le motivazioni sociali, la motivazione alle cure parentali, la motivazione alla raccolta (essendo noi &#8220;raccoglitori&#8221; proviamo godimento nel collezionare cose che in realtà non ci servono in sé), eccetera.<br />
Dunque, se mettiamo in atto un comportamento legato ad una delle tante motivazioni specie specifiche che è parte del nostro patrimonio filogenetico proviamo un&#8217;emozione positiva (che da un punto di vista fisiologico significa il rilascio nel sangue, per esempio, di ormoni d&#8217;appagamento, e non solo ovviamente). E pare che noi non si faccia altro che cercare di provare emozioni positive, continuamente. Ogni cosa che facciamo, o che evitiamo di fare, è strettamente legata a questa spasmodica ricerca di appagamento: cerchiamo di provare emozioni positive.</p>
<p>Allora, le emozioni orientano i nostri comportamenti e le nostre opinioni, che noi si sia consapevoli di ciò o meno; in pratica le emozioni sono il tema centrale.</p>
<p>Mi viene da chiedermi se esistano degli «universali», delle chiavi diciamo, che, a prescindere da chi si sia &#8211; dalla propria storia biografica, dal proprio carattere, dalle proprie esperienze individuali &#8211; agiscano su chiunque; se esistano cioè dei meccanismi validi un po&#8217; per tutti, che siano in grado di suscitare emozioni positive e conseguentemente opinioni &#8211; e quindi convinzioni &#8211; <i>ad hoc</i>. In pratica, se conosci le chiavi che generano emozioni in una data specie, sei forse in grado di controllarla? O quantomeno di orientarla in modo significativo?</p>
<p>Riflettendo arrivo a pensare che esiste un ambito dello scibile umano nato espressamente intorno alle emozioni; prende vita esso stesso dalle emozioni e tende a suscitarne: l&#8217;arte. L&#8217;arte in tutte le sue infinite declinazioni: la musica, la letteratura, la poesia, la pittura, la fotografia, la scultura&#8230;<br />
Ma poi mi guardo intorno. L&#8217;Italia è la culla dell&#8217;arte di tutto il mondo.<br />
Se è vero quanto ho detto poc&#8217;anzi in merito alla spasmodica ricerca di emozioni positive, sull&#8217;arte che altro non è che un immenso bacino di emozioni e sull&#8217;ineluttabile realtà artistica del nostro paese, verrebbe immediatamente da pensare che qui, in Italia, tutto dovrebbe ruotare intorno all&#8217;arte.<br />
Onestamente non mi pare che sia così, soprattutto al giorno d&#8217;oggi. E ci rifletto su un pochino.<br />
Perché non è così? Dovrebbe essere un processo naturale l&#8217;orientamento delle persone verso le opere d&#8217;arte dato che questa altro non fa che suscitare emozioni.<br />
Le cose si stanno complicando un tantino&#8230;</p>
<p>Forse, e dico forse, bisogna cominciare a pensare che sì l&#8217;uomo è alla ricerca di emozioni, ma che esistono emozioni ed emozioni. Sto cominciando a pensare ad una sorta d&#8217;educazione alle emozioni, un po&#8217; come l&#8217;educazione al gusto: se ho mangiato tutta la vita una sola cosa, che sò, polenta e pollo, probabilmente non proverò un&#8217;emozione positiva attraverso il senso del gusto &#8211; e dell&#8217;olfatto &#8211; con qualcosa di un poco più raffinato. Se ho bevuto solo vino di pessima qualità e non ho educato il gusto e l&#8217;olfatto a cogliere le varie sfumature di un vino più pregiato e complesso non potrò godere, apprezzare, la differenza.<br />
Non ho le strutture per farlo.<br />
Se lo stesso vale anche per le emozioni posso pensare che vi siano emozioni più semplici e emozioni che richiedono una strutturazione più raffinata.<br />
Non è forse più semplice emozionarsi per un goal della nazionale che per un quadro di Picasso o per una pagina di Dostoevskij?<br />
Picasso e Dostoevskij richiedono un certo processo a priori, un percorso formativo perché possano essere emozionanti; il calcio molto meno.<br />
Non credo però che una cosa escluda l&#8217;altra, cioé, il fatto che io esulti ad un goal della mia squadra del cuore (leggi: appagamento del bisogno di appartenenza che il vessillo della squadra di calcio soddisfa) non significa necessariamente che non  mi possa anche commuovere nell&#8217;ascoltare un grande pianista in concerto. Ed allora torno a quanto detto prima: che tutto dipenda da un carenza educativa in merito al provare appagamento attraverso stimolazioni più raffinate? In fondo anche una bella fetta di polenta sazia (e per me che sono bergamasco è anche qualcosa di buono, legato alla mia infanzia, alla mia nonna che rimesta in cucina, eccetera) a tal punto che non desidero altro?<br />
Quindi da un lato sono «sazio»; dall&#8217;altro non sono educato: come potrò apprezzare Picasso?</p>
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		<title>LE OPINIONI E LE EMOZIONI  (prima parte)</title>
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		<pubDate>Thu, 14 May 2015 10:52:00 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Come ci si forma l&#8217;opinione in merito a qualcosa? Da dove arrivano le emozioni che proviamo quando sentiamo parlare di qualcosa che ci interessa? Perché pensiamo quello che pensiamo di un certo argomento e cosa ci fa provare il parlarne? Penso ci siano sostanzialmente due strade per la genesi di un&#8217;opinione su qualcosa che non [...]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Come ci si forma l&#8217;opinione in merito a qualcosa?<br />
Da dove arrivano le emozioni che proviamo quando sentiamo parlare di qualcosa che ci interessa?<br />
Perché pensiamo quello che pensiamo di un certo argomento e cosa ci fa provare il parlarne?</p>
<p>Penso ci siano sostanzialmente due strade per la genesi di un&#8217;opinione su qualcosa che non si conosce: l&#8217;esperienza diretta e l&#8217;esperienza riferita.<br />
Diciamo che io incontri una persona per la prima volta, una persona totalmente sconosciuta, di cui non ho nemmeno mai sentito parlare, che non ha particolari titoli e nessun ruolo specifico, almeno per quanto ne so al momento dell&#8217;incontro.<br />
Che opinione avrò di questa persona e su cosa si baserà?<br />
Cominciamo con il dire che potrebbero influenzarmi diversi fattori, come per esempio il contesto in cui la incontro, il suo aspetto, che potrebbe &#8220;a pelle&#8221; evocare in me determinati stati emozionali legati ad esperienze pregresse (per esempio legate al suo stile d&#8217;abbigliamento, alla cura del sé che palesa, i simboli che eventualmente indossa, eccetera), l&#8217;etnia d&#8217;appartenenza, al suo stato emotivo in quel momento, il suo atteggiamento generale. E tutto ciò ancor prima di averci scambiato una sola parola o anche prima dell&#8217;aver incrociato gli sguardi. La maggior parte di questi fattori possono avere un peso e derivano dalla persona che sono io, non che è lui. Sono le «proiezioni» che faccio su questa persona che possono a priori orientare il mio atteggiamento nei suoi confronti e quindi veicolare ciò che avverrà nell&#8217;incontro.</p>
<p>Poi ci sarà quello che ci diremo nell&#8217;incontro. Le sue opinioni, il suo atteggiamento in merito al soggetto del nostro discorso, la sua capacità di interessarmi o meno al tema centrale, il modo in cui comunica, la lingua che utilizza, l&#8217;accento che ha, il linguaggio para-verbale e non-verbale, come per esempio la sua prossemica (più o meno invasivo, ovviamente secondo i miei parametri), eccetera.</p>
<p>La durata dell&#8217;incontro avrà un certo peso affinché io mi faccia un&#8217;opinione più o meno articolata del tale Pinco Pallino, anche se la fantomatica «Prima impressione» avrà un peso enorme, e tutto il tempo che seguirà potrebbe servirmi anche solo per confermare o cambiare quella e solo marginalmente per avere uno scambio effettivamente costruttivo.</p>
<p>La maggior parte di questi fattori sono perciò influenzati da caratteristiche mie, dalla mia apertura mentale, dalla mia disposizione in quel momento, dalle mie opinioni pregresse, che saranno tanto più &#8220;forti&#8221; quanto più legate a stati emotivi profondi; in tutto ciò l&#8217;altro non c&#8217;entra per nulla.<br />
Ora ci si potrebbe chiedere da dove arrivano e come si sono formate le mie esperienze pregresse all&#8217;incontro con il signor/a &#8220;X&#8221;: la mia famiglia, la musica che ascolto, i libri che ho letto, i film che amo, la televisione che guardo, le esperienze dirette e riferite che ho fatto&#8230; Insomma, una storia di vita intera che si declina in ogni istante della nostra esistenza.</p>
<p>Ammettiamo che io non l&#8217;abbia mai incontrato il signor &#8220;X&#8221;, ma che l&#8217;abbia incontrato qualcun altro che condivide con me la sua esperienza dell&#8217;incontro: esperienza riferita.<br />
Quanto potrò essere influenzato dall&#8217;opinione di questo mio conoscente?<br />
Anche qui ci sono un&#8217;enormità di fattori che entrano in gioco.<br />
Nella genesi di una opinione su un&#8217;esperienza riferita conta molto attraverso quale &#8220;media&#8221; acquisisco informazioni su un fatto (nel nostro caso sul signor &#8220;X&#8221;), ovviamente sarò più disposto a lasciarmi influenzare dalle parole di una persona amica, magari un parente stretto, che da un pezzetto di carta straccia trovato per strada su cui sono scribacchiate delle considerazioni su &#8220;X&#8221;.<br />
Perciò possiamo parlare di «accreditamento» della fonte.<br />
Quando sento parlare mio padre, per esempio, di una data cosa che io non conosco, sono portato a dargli credito, ma considerando sempre ciò che io conosco di lui: conosco in linea di massima le sue opinioni su cose simili, ho esperienza in merito al suo atteggiamento riguardo certi argomenti, conosco le sue esperienze pregresse (o meglio, penso di sapere quanto c&#8217;è da sapere su questo), insomma ho la possibilità di attuare dei filtri alla sua opinione in merito, poniamo, al signor &#8220;X&#8221;, e questo mi darà la possibilità di cominciare a costruirmi una certa idea: ma quanto sarà realistica? Il punto è che l&#8217;effetto della conversazione con mio padre mi disporrà in un modo piuttosto che in un altro in merito all&#8217;argomento e questo potrebbe avere un effetto molto importante quando mi dovesse realmente capitare di incontrare, per esempio, il fantomatico signor &#8220;X&#8221;.</p>
<p>Ci sono ovviamente moltissimi &#8220;tramiti&#8221; attraverso i quali ci costruiamo idee e opinioni, anche se non ne siamo sempre consci. Alle volte possiamo scoprire di provare un certo stato emotivo in relazione ad un argoemnto sul quale non ricordiamo nemmeno di aver speso del tempo a rifletterci, ciononostante questo suscita in noi un rilevante stato emotivo che incanala e dirige il nostro atteggiamento in merito: una gran quantità di &#8220;opinioni&#8221; sono mediate dalla televisione, dai telegiornali per esempio, ai quali attribuiamo un sottofondo di onestà e di imparzialità nel riferirci i fatti del mondo. Anche se spesso abbiamo fatto esperienza &#8211; anch&#8217;essa riferita &#8211; di smentite, false notizie o accurati pilotaggi dell&#8217;informazione. Le cose cambiano un pochino quando si è direttamente coinvolti nella &#8220;falsa&#8221;, o falsata, notizia.<br />
Il punto in questi casi non è tanto ciò che sappiamo, ma ciò che comunque proviamo.<br />
Le nostre emozioni sono enormemente più pressanti delle nostre conoscenze. Per esempio, una persona afflitta dalla fobia del buio (faccio un esempio un po&#8217; estremo per chiarezza) è assolutamente conscia del fatto che quello che c&#8217;era nella stanza quando la luce era accesa non cambia qualora la luce si spenga, quindi se non era in pericolo prima non avrebbe ragione di aver paura una volta che nella stanza calasse il buio totale. Lo sa, ma quello che prova è diverso e, a parole, sarà molto difficile sciolgere il suo panico in merito al buio (acluofobia: paura dell&#8217;oscurità).</p>
<p>Siamo animali sociali e preda delle nostre emozioni, fatti che dipendono dalla storia evoluzionistica della nostra specie, caratteristiche delle quali non ci possiamo liberare e che si sono costituite superando il vaglio dei millenni, attraverso sfide e scacchi che abbiamo incontrato sul nostro cammino e che si sono meritati tutti gli onori. (Mi chiedo, a questo punto, che senso possano avere frasi come: Sono &#8220;libero&#8221; di scegliere, oppure; Ognuno è &#8220;libero&#8221; di farsi l&#8217;opinione che vuole!)</p>
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